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Chirurgia conservativa

La Chirurgia conservativa ha come principio quello di conservare, appunto, la mammella pur asportando in maniera radicale e definitiva il tumore.

Agli inizi degli anni ’70 il Prof. Umberto Veronesi, all’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano di cui ne diventerà Direttore Generale nel 1975, intuì in maniera geniale che l’asportazione del tumore con un allargamento di almeno 2 cm di tessuto mammario sano circostante (asportando il cosiddetto quadrante della mammella dove si trovava il tumore) potesse essere radicale e definitivo come la mastectomia totale e dare risultati sovrapponibili a distanza di tempo in termini di sopravvivenza.

Il primo storico studio per verificare questa ipotesi il Prof. Veronesi lo iniziò all’Istituto dei Tumori di Milano nel 1973 (Studio Milano 1: confronto tra mastectomia radicale e quadrantectomia più dissezione ascellare e radioterapia 1973-1980: 701 casi), riscontrando grandi difficoltà e reticenze del mondo scentifico.

Nel 1981 i risultati pubblicati furono strabilianti confermando l’illuminante intuizione del Prof. Veronesi: la quadrantectomia mammaria con conservazione della mammella (sempre abbinata alla dissezione del cavo ascellare omolaterale) dava risultati di guarigione a lungo termine perfettamente sovrapponibili alla mastectomia totale. Il mondo scentifico mondiale è rimasto comunque scettico per molti anni e ci sono voluti quasi due decenni di osservazione delle pazienti operate con questa tecnica per avere finalmente la validazione finale e definitiva a livello mondiale.

In Italia il Prof. Umberto Veronesi aveva ideato e validato una nuova e rivoluzionaria tecnica chirurgica per il carcinoma della mammella, rivoluzionaria in quanto evitava la mutilazione a cui le donne venivano sottoposte non solo guarendole comunque dalla malattia ma ridando loro una cosa forse ugualmente importante: la voglia di rivivere.

Tale tecnica ha comunque delle indicazioni specifiche che sono già state elencate nella pagina dedicata alla mastectomia totale. Il nodulo tumorale non deve superare le dimensioni di 2,5 cm e comunque la valutazione chirurgica, come sempre, rimane diversa da caso a caso.

Un problema legato alla quadrantectomia erano la comparsa di recidive loco-regionali. Negli anni dopo l’intervento (soprattutto entro i 5 anni) si verificava con diversa frequenza una ripresa della malattia neoplastica con comparsa di altri noduli sia vicino alla sede del vecchio intervento che in altri quadranti. La prima evenienza (vicino al vecchio intervento) veniva spiegata con problemi legati all’esecuzione della quadrantectomia, o con la presenza di microfocolai di carcinoma nel tessuto adiacente al primo tumore misconosciuti al momento dell’intervento e che studi successivi hanno dimostrato essere presenti in percentuali più o meno alte a secondo del tipo istologico primitivo, o, infine, con nuovi tumori insorti indipendentemente dall’intervento, mentre la seconda evenienza (in quadranti diversi) erano altri tumori insorti in quanto, essendo stata lasciata la mammella, la probabilità statistica era uguale alle altre donne.

La radioterapia effettuata sulla sede della quadrantectomia ha ridotto ad una percentuale minima l’insorgenza di recidive locali (Studio Milano 3:  confronto tra quadrantectomia  più dissezione ascellare e radioterapia complementare e quadrantectomia più dissezione ascellare senza radioterapia. 1987-1989: 567 casi), e comunque studi approfonditi hanno poi dimostrato che l’insorgenza di recidiva non cambia l’evoluzione naturale della malattia (se la donna guarirà definitivamente o avrà metastasi a distanza negli anni è totalmente indipendente dal fatto che ci sono state o meno recidive locali).

La recidiva locale viene trattata con una mastectomia totale o, in casi più selezionati, con un’altra asportazione parziale.

Rimane poi l’aspetto psicologico di queste pazienti che spesso accettano con difficoltà il fatto di dovere, dopo alcuni anni, ricombattere nuovamente con il male come se non fosse mai scomparso.

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