My Wordpress Blog

Expandmenu Shrunk


Arte

Il capitolo della rappresentazione del seno nell’arte è poco meno che sterminato, perchè già nelle epoche più remote ignoti artisti hanno glorificato questo prezioso attributo della femminilità.

La più antica testimonianza può essere considerata la Venere di Willendorf del Kunsthistoriches Museum di Vienna, risalente al Paleolitico. Raffigura una Grande madre o una Madre originaria. E’ un simbolo universale del femminino, una dea dell’amore e della fertilità ed è caratterizzata da una marcata evidenziazione dei genitali esterni e da un seno spazioso e prominente. L’evidenziazione di caratteri che richiamano un chiaro
principio di fertilità identificano questa figura femminile come dea madre, garante di un rinnovamento regolare della vita.

 

Intorno a 6000 anni prima della nascita di Cristo risale il modello d’argilla policroma della cultura di Halaf, conservato al Louvre, raffigurante una figura femminile dalle forme accentuate e caratteristiche. La scultura è completamente nuda, accovacciata, con le braccia ripiegate sotto i seni molto marcati, in un’originale posizione evocatrice del parto.

 

 

Tra le antiche civiltà, presso gli Egizi, la figura di Iside raggiunge la maggiore estensione cronologica e geografica, dall’area del Mediterraneo alle remote regioni transrenane e transdanubiane. In seguito, con
l’affermazione del Cristianesimo, la sua immagine mentre allatta Horus rivive nella Madonna del latte.

 

 

Giotto, padre della pittura italiana, ci offre, in uno stupendo dettaglio della Cappella degli Scrovegni, nel 1304, una potente rappresentazione dell’ira, uno dei peccati capitali e nello stesso tempo della follia, con una donna che esprime una scomposta violenza, squarciandosi la veste ed esponendo al pubblico ludibrio il petto, liscio e sdrucciolevole senza protuberanze, ma soltanto con due bottoni bianchi per indicarne il posto, due bottoni simili a due verruche esangui e prive di vita.

 

In epoca moderna, a partire dal XV secolo, gli artisti, dopo i secoli di buio oscurantismo medioevale, non hanno mai cessato di interessarsi al seno femminile nelle sue svariate sfaccettature: scoperto o maliziosamente velato, innocente o peccaminoso, pubblico e privato, disponibile e proibito, senza tener conto delle forme e dei gusti anatomici, che nel tempo hanno subito sostanziali variazioni.

Nel 1425, in perfetta sintonia temporale, il Van Eyck, nel polittico di Gand ed il Masaccio, nella Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine a Firenze ci forniscono l’immagine di un seno dicotomico, prima e
dopo il peccato originale.

Jean Fouquet, uno dei massimi protagonisti del fecondo dialogo tra Settentrione e Mezzogiorno che domina la pittura europea del Quattrocento, ci dà una interpretazione della Madonna col Bambino maliziosa ed innocente nello stesso tempo, nella tavola oggi ad Anversa nei Musées Royaux des Beaux Arts.

 

Nel 1506, ad inizio secolo, Lucas Cranach il vecchio, sensibile interprete della pittura rinascimentale tedesca, ritorna sul tema di Venere ed Adone, già trattato altre volte, ma in questa tela, conservata a Roma nella Galleria Borghese, si esprime ad un livello qualitativo mai più raggiunto. L’iconografia è tratta dal mondo pagano, una miniera inesauribile per gli artisti ansiosi di sovrapporre alla narrazione il motivo del nudo, che prima di Cranach nella pittura tedesca era stato affrontato soltanto dal Durer.
Nei primi anni del XVI secolo l’ideale di bellezza era legato ai principi di proporzione ed armonia, certamente infranti dall’artista, che ci offre una Venere anticonformista, dalle gambe lunghissime e slanciate e dal corpo impudicamente esposto, mentre un velo ai limiti della trasparenza e leziosamente tenuto dalla dea tra le mani accentua maggiormente lo splendido corpo, al quale fa da corona un elegante cappello, calzato con spavalderia. Il seno, appena accennato e pur solenne, gotico, di vichinga altezzosità risplende nel biancore dell’incarnato porcellanato ed ammicca maliziosamente l’osservatore, incurante dello sguardo innocente dell’amorino, che ai suoi piedi le reca in dono un favo di dolcissimo miele.

 

Intorno al 1515 possiamo collocare l’esecuzione dell’intrigante e misteriosa Maddalena, di collezione privata svizzera, che Carlo Pedretti, massimo esperto di Leonardo, attribuisce alla mano del sommo maestro, aiutato in parte da un suo allievo, il Giampietrino.

 

 

Nel 1520, il principe dei pittori, il divino Raffaello, trasferisce il seno della sua musa amante dalla caducità della carne all’immortalità della tela, così che noi, miracolo dell’Arte e dell’Amore, a distanza di secoli possiamo ancora ammirarlo.

 

 

Il XV° secolo si chiude con uno dei ritratti in cui il simbolismo legato al seno della donna è portato all’apice. Poco prima del 1595 a Fontainebleau un ignoto artista della celebre scuola eponima realizza due enigmatici nudi di donna, oggi al Louvre, ripresi quasi specularmente. Le due fanciulle sono Gabriella d’Estrees e la sorella, duchessa di Villars, immerse, secondo l’uso dell’epoca, in un bagno comune, che funziona anche da quinta teatrale con tanto di sipario di velluto rosso aperto ai lati. I seni delle due sorelle dialogano piacevolmente e sono circondati da un’arcana atmosfera carica di simbolismi, come simbolico è il gesto della sorella minore che tocca il capezzolo di Gabriella, secondo i critici più benevoli, che guardano l’anello tra le dita della donna, alludendo all’auspicato matrimonio con Enrico IV, mentre i più maliziosi interpretano il gesto come un richiamo all’imminente maternità della nobildonna, che tra non molto, infatti, darà alla luce il duca di Vendome, bastardo del re; e la conferma della seconda ipotesi è data dalla cameriera che, sullo sfondo, è intenta alla preparazione del corredino.

E’ del 1618 l’Unione tra Terra ed Acqua, conservato all’Ermitage di San Pietroburgo, un’allegoria della fortuna riguardante la città di Anversa, interpretata da Cibele, dea madre della natura e Nettuno, dio del mare. La dea nella mano destra espone i suoi attributi, la frutta rigogliosa, resa con una precisione ottica e con una ridondanza di colori degna del pennello di uno specialista di natura morta. Ma la vera arma di Cibele è il suo seno, altezzoso e dritto, forgiato con un impasto celestiale reso più soave dal rosa tenue dei piccolissimi capezzoli, che offre con apparente noncuranza agli occhi voraci di Nettuno, mentre con lo sguardo languido attira la sua attenzione e con la mano nella mano pare voglia fisicamente attirare il dio verso il paradiso del suo corpo dalle forme perfette.

 

 

La Venere dormiente di Simon Vouet del museo di Budapest, è un’opera di intensa sensualità pervasa al tempo stesso da una grazia decorativa, eseguita probabilmente tra il 1622 ed il 1625. La tela raffigura la dea mentre una leggera brezza scompiglia i suoi biondi capelli ed accarezza il suo corpo vellutato, gloriosamente nudo, ad eccezione di un elegante manto giallo dalle pieghe eleganti, che vuole evidenziare più che coprire le sue forme anatomiche perfette. Il suo prezioso seno, eretto e valoroso, sembra pervaso da una generosità spontanea che invita alla serena contemplazione e fuga i cattivi pensieri. La misura geometrica di questi seni è in armonia con l’altezza e la forma del resto del corpo. Sono magicamente a posto nella loro perfezione.

 

Il martirio di Sant’Agata, alla quale, con estrema crudeltà, vennero amputate le mammelle, ha stimolato la fantasia di generazioni di artisti, che dell’evento hanno riprodotto gli aspetti più raccapriccianti. Questa
riprodotta è una composizione più serena e rassicurante, che rappresenta il prodigio della guarigione, con la Santa visitata in carcere da San Pietro e l’angelo, eseguita dal Lanfranco intorno al 1613-1614 e conservata nella
Galleria Nazionale di Parma. La prodigiosa curatio mamillarum avviene durante la notte, quando san Pietro, accompagnato da un angelo che illumina il percorso con una torcia, va a visitare sant’Agata da poco ricondottavi dopo il triste supplizio. Egli applica con mano tremula un miracoloso unguento sulle ferite ancora aperte, le quali prontamente si rimarginano, restituendo al seno della giovane vergine siciliana le sue delicate forme, umiliate e lacerate dal coltello sacrilego e restituite per l’arcano prodigio all’innocenza di due universi mai conquistati.

 

Marie Guillemine Benoist è una pittrice neoclassica francese, allieva prima di Elisabeth Vigée Lebrun e poi di Jacques Louis David, dal quale recepì l’impostazione monumentale e la forza plastica. Sul finir del secolo esordisce con un Ritratto di giovane donna di colore di statuaria bellezza, che ottenne un lusinghiero successo al Salon del 1800 e fu lodato dal pubblico e dalla critica per la purezza del disegno e per il rilievo scultoreo. Il quadro, ispirato all’abolizione della schiavitù, è oggi conservato al Louvre e ci presenta una fanciulla, dallo sguardo altero, la quale espone orgogliosa il seno, di colore ebano, che risalta nel contrasto al bianco della veste che la cinge ed al grazioso copricapo caratteristico per le donne del suo paese.

 

L’opera più famosa del XVII° secolo è la Maja desnuda, uno dei più celebri dipinti della storia dell’arte. Realizzato in coppia con la tela gemella vestita, raffigura, mollemente adagiata su un divano, nella stessa
seducente positura, la stessa modella, sia nuda che in abiti eleganti. La fanciulla senza nessun accessorio, sia pure un fiore o una collana fa spettacolo, orgogliosa delle sue forme prosperose e guarda spavaldamente negli
occhi lo spettatore, che sembra invitato a godere di questo paradiso di forme, tra le quali spicca il seno, sapientemente evidenziato dall’ardita posa delle braccia all’indietro, che esalta e dà il massimo rilievo alle due magnifiche mammelle toniche e straripanti.

Non solo la pittura rende omaggio al seno, indiscusso simbolo della bellezza femminile, venato da un sottile erotismo, ma anche la scultura, fissando nel marmo la delicatezza delle forme, ci consegna immortali esempi di esaltazione.

L’erotismo trasformato in pura poesia lo si può ammirare nell’eccitato ed eccitante gruppo scultoreo dell’Apollo e Dafne della Galleria Borghese, nel quale Gian Lorenzo Bernini, tra il 1622 ed il ’25, ispirandosi alle Metamorfosi di Ovidio, interpreta il mito del folle amore di Apollo per la ninfa Dafne, la quale, per preservare la sua illibatezza si dà disperata alla fuga. Raggiunta, la sua verginità viene salvata dalla repentina trasformazione della fanciulla in un albero d’alloro. Lo spettacolare marmo, tra i massimi raggiungimenti di tutti i tempi, sembra il vertice dell’idealizzazione classicheggiante, dotta manifestazione di una società ricca di cultura umanistica, ma l’episodio è colto con delicato realismo e sovraumana bravura: i capelli fluttuanti al vento si allungano in fronde, le braccia diventano rami, il piede così lesto si fissa nell’immobilità delle radici; si salva il seno, tenero fiorellino, che permane nella sua eterea bellezza senza subire l’onta della metamorfosi. Gli stati d’animo sono ben delineati nella dura materia e l’artista sa magistralmente fondere in un solo attimo la fase della corsa con quella successiva della trasformazione, bloccando per sempre nel marmo, in una sola istantanea, il momento culminante della metamorfosi, prodigio di abilità, mai prima tentato in scultura, che coinvolge lo spettatore, rendendolo partecipe del dramma dei due protagonisti, che sembrano davvero carne.

 

Nel luogo più esoterico di Napoli, la Cappella San Severo, regno dei mirabolanti esperimenti del principe Raimondo di Sangro, affianco al famosissimo Cristo velato, trova posto una statua allegorica: la Pudicizia, realizzata nel 1752 dallo scultore veneto Antonio Corradini. Il monumento funebre è dedicato a Cecilia Gaetani d’Aragona, madre del principe, morta quando il figlio era in tenerissima età. Il Corradini, già famoso per aver realizzato figure velate, pare che a Napoli abbia raggiunto la perfezione grazie all’aiuto del principe, esperto di alchimia e di pratiche di trasmutazione della materia. La figura della giovane donna, completamente nuda e di rara bellezza, è ricoperta da un velo di marmo straordinariamente aderente alla pelle, leggerissimo, naturale, impalpabile che lascia vedere chiaramente il delicato contorno dei seni, sodi, sormontati da un altero capezzolo appuntito.

 

Augustin Pajou, raffinato scultore francese, pieno di una leziosità tutta settecentesca, è attivo negli anni di trapasso tra rococò e neoclassicismo e conserva la grazia languida del primo, mentre nella scelta del tema mitologico già aderisce al secondo. La sua opera più famosa è la Psiche abbandonata, eseguita nel 1790 e conservata al Louvre, che raffigura una fanciulla languida ed impaurita resa con sottile, morbida sensualità.

 
Non possiamo non concludere questa pagina dedicata alla rappresentazione del seno nell’arte senza citare l’opera forse più famosa non solo nelle citazioni dei critici ma anche nell’immaginario comune: La Venere di Milo.
La Venere di Milo risale al 130 a.C. circa: è dunque un’opera ellenistica, sebbene si tratti di una scultura che fonde i diversi stili dell’arte del periodo classico. Venne ritrovata spezzata in due parti nel 1820 sull’isola greca di Milos da un contadino chiamato Yorgos Kentrotas. Dopo alcuni interventi di restauro, la Venere di Milo fu presentata al re Luigi XVIII nel 1821 e collocata al museo del Louvre, dove è tuttora conservata. Afrodite si leva stante col busto nudo fino all’addome e le gambe velate da un fitto panneggio. Il corpo compone una misurata tensione che richiama un tipico chiasmo di derivazione policletea. Il modellato è reso con delicate suggestioni chiaroscurali, col contrasto tra il liscio incarnato nudo e il vibrare della luce nei capelli ondulati e nel panneggio increspato della parte inferiore.

 

In questa pagina solo alcune citazioni di opere che hanno esaltato il seno. Ma il patrinonio artistico mondiale è straordinariamente pieno di capolavori che nei secoli hanno decantato questo sensuale attributo femminile consegnando al tempo il suo eterno splendore.

Per una lettura decisamente più completa e vasta potete consultare i testi cliccando sul seguente link da cui sono stati tratti le citazioni di questa pagina: http://www.guidecampania.com/seno/index.html

Compili il seguente form per contattarci ed avere risposte alle sue domande